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Rilevabilità d’ufficio della nullità del contratto
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Rilevabilità d’ufficio della nullità

Rilevabilità d’ufficio della nullità

 

Traccia

 

Tizio acquista da Caio un appartamento, sito in Bari, al prezzo di 250000 euro. Caio, pur avendo incassato l’acconto di 50000 euro, non consegna le chiavi dell’appartamento nel termine previsto dal contratto.

Tizio cita Caio dinanzi al Tribunale di Bari, invocando la risoluzione del contratto per inadempimento del venditore e la condanna del medesimo al risarcimento del danno paria 100000 euro.

Caio si costituisce in giudizio e contesta la domanda proposta dall’attore.

Tizio precisa le conclusioni chiedendo al Tribunale di dichiarare la nullità del contratto, ai sensi dell’art. 40 della L. 47/1985, perché l’atto non contiene alcuna indicazione degli estremi della concessione ad edificare.

Il Tribunale accoglie la domanda e dichiara la nullità del contratto.

Caio si reca da un legale al quale espone la vicenda per conoscere se la decisione può ritenersi immune da censure.

Assunte le vesti del legale di Caio, si renda il parere richiesto, illustrando le questioni giuridiche rilevanti del caso.

 

Giurisprudenza

 

q       Cass. civile, sez. II, 6 Ottobre 2006 n. 21632: La rilevabilità d’ufficio della nullità del contratto opera quando si chieda l’adempimento del contratto, in considerazione del potere del giudice di verificare la sussistenza delle condizioni dell’azione, e non quando la domanda sia diretta a far dichiarare l’invalidità del contratto o a farne pronunciare la risoluzione per inadempimento, dovendosi coordinare l’art. 1421 c.c. con l’art.112 c.p.c., il quale sulla base del principio dispositivo su cui va modellato il processo, impone al giudicante il limite insuperabile della domanda attorea, anche alla luce del nuovo art. 111 Cost., che richiede di evitare, al di là delle precise e certe indicazioni normative, ampliamenti dei poteri di iniziativa officiosa.

 

Svolgimento

 

La risoluzione del caso in oggetto impone una valutazione circa l’impugnabilità o meno di una sentenza dichiarativa ex officio della nullità di un contratto, emessa dal Tribunale di Bari su istanza di Tizio.

Questi, infatti, non vedendosi consegnare le chiavi dell’immobile acquistato da Caio nel termine fissato in sede contrattuale, propone domanda di risoluzione del contratto per inadempimento, chiedendo, altresì, un risarcimento di euro 100000.

Tuttavia, soltanto in fase di precisazione delle conclusioni, Tizio, resosi conto dell’omessa indicazione nel contratto degli estremi della concessione edilizia dell’immobile da lui acquistato, chiede al Tribunale di dichiarare la nullità dell’atto, così come previsto dall’art. 40 L. 47/1985.

Tale norma prescrive, infatti, la nullità degli atti tra vivi aventi ad oggetto il trasferimento di diritti reali, qualora da essi non risultino, per omessa indicazione dell’alienante, né gli estremi della concessione edilizia, né eventuale autorizzazione in sanatoria.

E’ evidente, d’altronde, la ratio stessa di tale nullità: l’assenza dei predetti requisiti, infatti, può rivelarsi pregiudizievole per la realizzazione della funzione economico-sociale del bene, incidendo sul godimento e sulla commerciabilità dello stesso.

Nulla da eccepire, dunque, in merito alle motivazioni sottese alla sentenza; la stessa, tuttavia, presenta aspetti problematici di più ampio respiro dal punto di vista processuale: occorre, in particolare, interrogarsi circa la rilevabilità d’ufficio della nullità in un procedimento finalizzato ab origine ad ottenere la risoluzione del contratto per inadempimento ed avente, quindi, un petitum diverso.

Il processo è introdotto, infatti, da un atto di citazione con cui Tizio invoca la risoluzione del contratto, fondandola sull’inadempimento di Caio, il quale non ha tenuto fede agli impegni assunti al momento della stipulazione del contratto.

La successiva declaratoria di nullità, pertanto, va letta alla luce delle disposizioni di cui agli artt. 1421 c.c. e 112 c.p.c., al fine di stabilire se la nullità, ancorché non potesse essere richiesta da Tizio, in quanto domanda “nuova” e quindi non consentita (mutatio libelli) ex art. 183 c.p.c., fosse, tuttavia, comunque rilevabile dal giudice.

Occorre, in altri termini, soffermarsi sulla rilevabilità d’ufficio della nullità contrattuale nell’ipotesi in cui la domanda iniziale sia un’impugnativa, ovverosia abbia ad oggetto l’annullamento, la rescissione o, come nel caso di specie, la risoluzione del negozio.

Nulla quaestio, infatti, nel caso in cui la domanda si fondi sull’invalidità del negozio e la nullità rappresenti essa stessa elemento costitutivo della domanda, dal momento che, in tale ipotesi, sussisterebbe comunque una perfetta corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato (ex art. 112 c.p.c.), avendo entrambi come presupposto l’invalidità dell’atto.

Più problematico, invece, risulta il caso de quo, in cui la declaratoria di nullità di un contratto segue ad una pretesa risoluzione dello stesso; è evidente, infatti, l’incompatibilità delle due domande e dei presupposti su cui esse si fondano: in particolare, nel caso di risoluzione, la validità del negozio ed, al contrario, la sua invalidità nella differente ipotesi di nullità del contratto.

Pertanto, bisogna stabilire se, a tutto concedere, la rilevazione d’ufficio della nullità sia inammissibile (in quanto violativa dell’art. 112 c.p.c.) o, invece, risulti valida ai sensi dell’art. 1421 c.c.

Infatti, solo nella prima evenienza Caio potrebbe impugnare la sentenza emessa, con il rischio, tuttavia, come si dirà in prosieguo, di incorrere in una possibile risoluzione del contratto e, ancor peggio, in un risarcimento dei danni per inadempimento.

Ai fini della disamina in oggetto, giova, tuttavia, dare conto di un duplice orientamento emerso dalle pronunce della S.C., che non è ancora pervenuta ad una sentenza risolutiva del dibattito.

Il filone giurisprudenziale maggioritario propende per un’interpretazione restrittiva dell’art. 1421 c.c., limitando la rilevabilità ex officio alle sole eccezioni, in ossequio al principio processuale della domanda (art.99 c.p.c.) ed a quello della corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato (art. 112 c.p.c.).

Il giudice, infatti, risulta legittimato a far valere d’ufficio solo le eccezioni relative a questioni già implicitamente dedotte nella domanda e non può sollevare, quindi, in alcun modo, questioni nuove per il rischio evidente di incorrere in un vizio di ultrapetizione.

D’altronde, lo strumento processuale previsto dal 1421 c.c. trova la sua ratio nell’esigenza di implementare le difese del convenuto e non di consentire all’attore di ottenere più di quanto richiesto nell’atto introduttivo.

Pertanto, la nullità del contratto può essere rilevata d’ufficio in qualsiasi stato e grado del giudizio, soltanto qualora rappresenti “ragione di rigetto della pretesa attorea” e non , quindi, in fattispecie analoghe a quella de quo, ove una dichiarazione di nullità da parte del Tribunale sarebbe inammissibile, perché tale da comportare per l’attore un’utilità maggiore di quella richiesta al momento della proposizione della domanda di risoluzione.

La giurisprudenza sarebbe stata, invece, favorevole alla possibilità di dichiarare la nullità, qualora Tizio, anziché invocare la risoluzione del contratto, ne avesse chiesto l’adempimento: in tale evenienza, infatti, una declaratoria d’ufficio della nullità sarebbe stata fondata, in quanto avrebbe costituito motivo di rigetto della domanda dell’acquirente.

Sulla scorta di tali osservazioni, non v’è dubbio, allora, che quando la domanda (come nel caso di specie) è diretta ad ottenere una pronuncia di risoluzione per inadempimento, la “deduzione di una qualsiasi  causa di nullità o di un fatto diverso dall’inadempimento sono inammissibili, né possono essere rilevate d’ufficio, stante il divieto di una pronuncia ultra petita”. (Cass. sent. n. 21362/06)

Né può, altresì, trovare accoglimento l’orientamento dottrinale e giurisprudenziale, sia pur minoritario, che, in antitesi con quanto sin qui sostenuto, riconosce la facoltà al giudice di rilevare d’ufficio le nullità negoziali, non solo quando sia stato chiesto l’esatto adempimento, ma anche a seguito di impugnativa contrattuale.

Tale posizione (Cass. sent. 6170/05) non sembra convincere, invero, per il principio stesso su cui si fonda e, secondo il quale, il rilievo d’ufficio della nullità non eccede il principio dell’art. 112 c.p.c., stante il (discutibile) comune presupposto della validità del contratto, sia nell’ipotesi di risoluzione sia in quella di nullità.

Ulteriore motivo di impugnazione avverso la sentenza in esame, sarebbe costituito, poi, dalla mancata segnalazione della questione alle parti: in altri termini, il giudice è obbligato a sottoporre ex art. 111 Cost. sia all’attore che al convenuto la questione d’ufficio che intende rilevare (art. 184 c.p.c.) al fine di consentire loro di intervenire ed instaurare il regolare e pieno contraddittorio, pena la nullità della sentenza stessa. Così anche Cass. sent. n. 211108/05.

Da quanto si evince dai fatti, ciò non è avvenuto in sede processuale e non ha permesso, pertanto, a Caio di esercitare pienamente il proprio diritto di difesa (24 Cost), scadendo così in un soggettivismo giudiziario, senza dubbio nemico della certezza del diritto.

Per quanto sin qui esposto, dunque, Caio risulta legittimato ad appellare la sentenza del Tribunale, contestandone l’ammissibilità della nullità d’ufficio e la fondatezza per violazione dei principi di cui agli artt. 99 e 112 c.p.c. e 111 Cost.

Resta, tuttavia, il rischio per il nostro assistito di incorrere in una pronuncia successiva più gravosa che dichiari la risoluzione del contratto con conseguente obbligo risarcitorio. Trattasi, però, di un rischio conveniente per Caio, giacchè può accadere che il giudice adito non ritenga ex art. 1455 c.c. il suo inadempimento, anche in relazione agli interessi delle parti, di gravità tale da comportare il venir meno del vincolo contrattuale.

 

(di Maria Daniela Fina)

 

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