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Realizzazione e gestione di una discarica non autorizzata
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TRACCIA

Realizzazione e gestione di una discarica non autorizzata

 

 

Traccia

Tizio, residente a Torino, è proprietario di un suolo in provincia di Bari, giuntogli in eredità da una vecchia zia cinque anni fa. Viste le difficoltà obiettive di occuparsi di detto fondo, egli lo lascia in comodato a Caio, contadino, affinché ne sfrutti le risorse agricole. Il perfido Caio, però, autorizza Sempronio (sprovvisto di autorizzazione) ad interrare nottetempo nel sottosuolo alcune scorie di amianto residuanti da vari processi industriali. Tizio, avvisato da alcuni vicini dell’illecito di Sempronio, esorta Caio a prendere provvedimenti per la tutela della sua proprietà ed il ripristino dello status quo ante, e dopo aver ottenuto delle rassicurazioni da Caio, si disinteressa della vicenda. Nonostante le rassicurazioni, però, Caio persevera nel suo accordo con Sempronio e continua a permettergli di interrare i rifiuti nel sottosuolo.

Su denuncia del proprietario di un suolo adiacente, la polizia effettua un sopralluogo e rinviene i rifiuti pericolosi nel terreno di Tizio.

Tizio, ricevuto un avviso di garanzia per il concorso nel reato di cui all’art. 256, comma 3, del d. lgs. 152/2006 (Testo Unico in materia ambientale), si reca dunque dal suo legale per conoscere i possibili risvolti della vicenda.

Assunte le vesti del legale di Tizio, il candidato rediga motivato parere, senza tralasciare le problematiche sottese al caso di specie.

 

 

Giurisprudenza

q       Cass., sez. III, 10 giugno 2005, n. 21966

q       Cass., sez. III, 3 agosto 2004, n. 33281

q       Cass., sez. VI, 8 gennaio 2003, n. 61

q       Cass., sez. III, 26 settembre 2002, n. 32158

q       Cass., S.U., 5 ottobre 1994, n. 12753

 

 

Svolgimento

Nella fattispecie in esame vengono in luce le controverse problematiche del reato omissivo improprio e del concorso mediante omissione nel reato commissivo altrui.

Tizio, non potendosi occupare di un suo possedimento, lo concede in comodato a Caio, il quale si accorda, a sua insaputa, con il complice Sempronio al fine di realizzare una discarica abusiva sul suolo di Tizio. Quest’ultimo, avvisato della presenza di materiale sospetto nel suo fondo, esorta Caio ad adottare le misure idonee a difendere la sua proprietà, onde evitare ulteriori spiacevoli fenomeni di stoccaggio dei rifiuti. Nonostante l’ammonimento, Caio persevera nel suo illecito, finchè la vicenda viene denunciata alla polizia. Tizio riceve, dunque un’informazione di garanzia, e scopre quindi di essere indagato per concorso nel reato di cui all’art. 256, comma 3, T.U. in materia ambientale (già art. 51, comma 3, d.lgs. 22/1997 c.d. decreto Ronchi), ovverosia nella contravvenzione di realizzazione o gestione di una discarica non autorizzata.

La prima questione che viene in rilievo nel caso di specie riguarda la configurabilità, in chiave omissiva, della fattispecie in esame.

Il reato di cui all’art. 256, comma 3, T.U. cit. rappresenta le due condotte alternative con i lemmi “realizzazione” e “gestionedella discarica. La formulazione in termini molto generici delle condotte ha portato parte della dottrina e della giurisprudenza a domandarsi se queste (e soprattutto la fattispecie di “gestione”) comprendessero anche comportamenti meramente passivi del soggetto agente. In altri termini, ci si è chiesti se integrasse gli estremi della gestione di una discarica non autorizzata anche la condotta di chi, divenuto proprietario di un suolo adibito a discarica, decidesse di non procedere ad alcuna bonifica, lasciando l’area nello stato in cui si trovava. A chi propendeva per una lettura estensiva della norma, si contrapponeva una dottrina la quale rilevava che il concetto di gestione rimandava a quello, propriamente commerciale, di impresa: anche per la gestione di una discarica occorreva dunque un complesso di mezzi (persone o beni), anche rudimentali, preordinati al funzionamento della discarica. Quest’ultima interpretazione è stata poi accolta (con riferimento alla vecchia normativa, rimasta in parte qua sostanzialmente invariata, del d.p.r. 915/1982) dalle Sezioni Unite della Cassazione, le quali hanno dichiarato, nella nota sentenza 12753/1994, che la fattispecie in esame ha carattere esclusivamente commissivo.

Risolta la questione della forma vincolata o aperta del reato in oggetto, bisogna dunque domandarsi se sia ammissibile la configurabilità in chiave omissiva dello stesso per il tramite del capoverso dell’art. 40 c.p. (“Non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo”, laddove per “evento” si intende anche il fatto illecito altrui).

Bisogna, quindi, rilevare se il proprietario sia titolare, rispetto ai beni giuridici in esame (ambiente, salute), di una posizione di garanzia derivante dalla legge, la quale comporti, per lo stesso, un dovere giuridico di attivarsi. Ripercorrendo brevemente i termini del problema, occorre sottolineare che, in tema di obblighi di garanzia, sono riscontrabili tre diverse scuole di pensiero.

La prima, di stampo formalistico, ritiene sussistente l’obbligo di impedire l’evento ogniqualvolta esso sia previsto dalla legge (o anche da fonti di rango inferiore), dal contratto, dalla consuetudine, dalla negotiorum gestio e dalla precedente attività pericolosa dell’agente. Questa tesi, pur ineccepibile dal punto di vista formale, comporta invero numerosi inconvenienti: da un lato, restringe notevolmente il campo di applicabilità dell’obbligo di garanzia, il quale, secondo la ricostruzione prospettata, può scaturire solo da ben determinate fonti; dall’altro, il criterio analizzato risulta addirittura sovrabbondante ogniqualvolta l’obbligo stabilito dalla legge sia posto a tutela di un bene differente da quello concretamente leso: in una fattispecie siffatta verrebbe, invero, tradito il principio del diritto penale come extrema ratio.

Queste critiche sono state evidenziate dalla seconda corrente di pensiero, la quale ha proposto una ricostruzione dell’istituto in chiave sostanzialistica: è titolare dell’obbligo di garanzia chiunque (pur in assenza di un’idonea norma fondante detta posizione) si trovi in una condizione di signoria sul fatto tale per cui gli sia possibile impedire l’evento nefasto. Anche questa ricostruzione non è, però, esente da critiche: il nostro ordinamento penale è infatti basato sul principio di stretta legalità e sul conseguente principio di tassatività delle fattispecie penali. Solo una norma di legge può dunque prevedere posizioni di garanzia in capo ai consociati, non essendo configurabile un generico obbligo, all’occorrenza, di attivarsi per evitare l’evento.

Coglie dunque nel segno la posizione mediana, la quale ha il pregio di evitare, da un lato, il proliferare di obblighi legislativi inutili, e dall’altro la violazione dell’art. 25 Cost.; affermano i sostenitori di questa teoria che sussiste l’obbligo di garanzia ogniqualvolta si verifichino tutte le seguenti condizioni:

q       previsione di legge (o contrattuale) che statuisca l’obbligo di impedire l’evento;

q       posizione differenziata del destinatario della norma rispetto agli altri consociati (condizione di signoria su alcune condizioni essenziali dell’evento tipico);

q       impossibilità del titolare del bene giuridico garantito di proteggere da solo detto bene.

Tornando al caso di specie, possiamo notare che non è prevista, dalla normativa in tema di rifiuti, alcuna posizione di garanzia in capo al proprietario del suolo adibito a discarica. Egli, dunque, pur evidentemente nella condizione di evitare l’illecito altrui, non è obbligato ad attivarsi per impedire l’evento. In tal senso, e con riguardo alla fattispecie di cui al secondo comma dell’art. 51 del decreto Ronchi (ora art. 256, comma 2, T.U. in materia ambientale), si è infine espressa la stessa Cassazione, con la pronuncia 32158/2002.

Ultimo profilo da esaminare è la questione del concorso del proprietario nell’altrui reato di realizzazione e gestione di una discarica non autorizzata. E’ infatti noto che le condotte dei concorrenti possano essere di carattere atipico e configurarsi anche in chiave omissiva.

Occorre, però, distinguere tra concorso omissivo nell’altrui reato e mera connivenza. Quest’ultima, infatti, postulando un comportamento meramente passivo del soggetto, non è punibile ove non sussista una precisa posizione di garanzia in capo al soggetto stesso, in quanto, come già affermato in precedenza, non esiste nel nostro ordinamento un generico obbligo di attivarsi per impedire l’altrui reato (ex multis, Cass. sent. 61/2003). Perché dunque vi sia concorso occorre (oltre alla consapevolezza di concorrere nell’altrui reato) che la condotta omissiva del soggetto agente sia causalmente efficiente rispetto all’evento, perlomeno in chiave di rafforzamento del proposito criminoso dei concorrenti (c.d. concorso morale).

Queste affermazioni di principio sono state riprese, con riferimento ad una fattispecie analoga al caso in esame, dalla suprema Corte nella recente sentenza 21966/2005, la quale ha ritenuto tuttavia la responsabilità penale del possessore dell’area in quanto la sua condotta si è rivelata grandemente agevolativa dell’illecito (si è in tal caso rilevato, ad esempio, che il possessore, pur a conoscenza dell’attività criminosa posta in essere dal concorrente, gli ha riconosciuto in via contrattuale la possibilità di abbandonare sul suo suolo ulteriore materiale “commercialmente privo di valore”).

Nel caso di specie, invece, sebbene il proprietario fosse a conoscenza dell’altrui proposito criminoso e non abbia agito per impedire l’evento, la sua condotta omissiva non ha contribuito alla realizzazione del reato. Bisogna dunque affermare che il comportamento del proprietario, integrante al limite una mera connivenza, non è previsto dalla legge come reato.

Non è dunque ammissibile, nei confronti del proprietario, neanche la confisca del bene ex art. 256, terzo comma, ultimo alinea, possibile solo nei confronti dell’agente o del compartecipe, salvi gli obblighi di bonifica e di ripristino dello stato dei luoghi (Cass pen., sent. 33281/2004).

 

 

(di Lydia Fiandaca)