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La configurabilità della corruzione in atti giudiziari nella forma susseguente
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DELITTI CONTRO LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

DELITTI CONTRO LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

 

La configurabilità della corruzione in atti giudiziari nella forma susseguente

 

Tizio, magistrato addetto al ramo civile della Procura generale presso la Corte di Cassazione, volendo favorire Caio, suo amico d'infanzia e facoltoso imprenditore si adopera nei confronti di Sempronio, magistrato della stessa Procura, al fine di influenzarne la requisitoria nell'ambito di un processo in cui è imputato l'amico, innanzi a una sezione penale della Corte.

Dopo aver ottenuto una pronuncia favorevole, Caio, venuto a conoscenza del decisivo intervento di Tizio a sostegno della propria posizione processuale, decide di remunerarlo con la somma di Euro 60.000,00. Il magistrato accetta la somma.

Il candidato, dopo aver illustrato brevemente la fattispecie coinvolta dal caso in esame, rediga motivato qualificando penalmente la condotta di Tizio e Caio.

 

Giurisprudenza

 

        Cass. pen., S.U., 25 febbraio 2010 – 21 aprile 2010. È configurabile il reato di corruzione in atti giudiziari nella forma susseguente e non solo antecedente. In favore di tale soluzione deve richiamarsi l’inequivoco dato letterale dell’art. 319ter cod. pen., caratterizzato dal testuale richiamo a “i fatti indicati negli articoli 318 e 319”, in essi dunque ricompresa anche la forma susseguente. Inoltre, la finalità di “favorire o danneggiare una parte in un processo civile, penale o amministrativo”, valorizzata dall’orientamento negativo, non osta in realtà alla conclusione adottata, giacché detta finalità, lungi dal riferirsi alla condotta di accettazione o ricezione dell’utilità, deve invece riconnettersi all’atto o al comportamento di natura giudiziaria, evidentemente precedente rispetto alla successiva “retribuzione”; anzi, detta finalità è di tale preponderanza da condurre alla sostanziale vanificazione della distinzione tra atto contrario ed atto conforme ai doveri di ufficio, rimanendo esponenziale il presupposto che l’autore del fatto sia venuto meno al dovere di imparzialità e terzietà costituzionalmente presidiato. Più in generale, poi, la predisposizione, attraverso l’introduzione, ad opera della l. n. 86 del 1990, dell’apposita norma dell’art. 319ter cod. pen., di una più incisiva tutela, rispetto al pregresso, della funzione giurisdizionale, non potrebbe non valere, pena l’irrazionalità dell’intervento normativo, anche per la corruzione susseguente.

 

        Cass. pen., Sez. VI, 20 giugno 2007 – 3 luglio 2007, n. 25418. Il delitto di corruzione in atti giudiziari può essere realizzato anche nella forma della corruzione cd. susseguente, ed è indifferente, ai fini della sua configurabilità, che l'atto compiuto sia conforme, o non, ai doveri di ufficio.

 

        Cass. pen., Sez. VI, 4 maggio 2006 – 5 ottobre 2006, n. 33435. La fattispecie di corruzione in atti giudiziari si caratterizza per essere diretta a un risultato e non è compatibile con l'interesse già soddisfatto su cui è modulato lo schema della corruzione susseguente, perché la disposizione normativa richiede che il fatto sia commesso «per favorire o danneggiare una parte», sicché resta fuori dall'area della tipicità la mera remunerazione di atti già compiuti.

 

Svolgimento

 

Nel caso in oggetto viene in rilievo l’illecito disciplinato nell’art. 319 ter c.p. che punisce la corruzione in atti giudiziari.

La corruzione in atti giudiziari è la figura di corruzione punita più severamente.

Per quanto attiene alla sua natura giuridica occore ricordare che prima del 1990 era considerata circostanza aggravante. La l. 26 aprile 1990, n. 86 ha ricostruito tale fattispecie come titolo autonomo di reato collocandolo nell’art. 319 ter c.p. Trattasi di reato a concorso necessario.

L’interesse giuridico tutelato dalla disposizione si individua nell’imparzialità del processo che può essere vulnerata tanto nel corso di questo, quanto riguardo al suo epilogo. In altri termini, la disposizione mira a tutelare la normale dialettica processuale.

I soggetti attivi sono il pubblico ufficiale e il privato.

Si discute se sia legittimato al reato anche l’incaricato di un pubblico servizio.

La dottrina prevalente propende per una soluzione negativa facendo leva su un duplice ordine di argomentazioni. Sotto il profilo storico, la circostanza che il legislatore in occasione degli interventi correttivi apportati con legge l. 7 febbraio 1992, n. 181, non abbia inserito nel novero dei soggetti attivi l’incaricato di un pubblico servizio pare sintomatico della sua volontà di escludere tale figura. Secondariamente, si è osservato che soltanto chi esercita una pubblica funzione è in grado, per la posizione rivestita, di influenzare il contenuto delle decisioni giudiziarie.

Non mancano tuttavia opinioni di segno contrario fondate sulla considerazione che anche un incaricato di un pubblico servizio può influenzare la sorte di un processo. Si pensi al concessionario di un servizio autostradale che alteri lo stato dei luoghi in cui è avvenuto un sinistro oggetto di indagini giudiziarie.

La fattispecie oggettiva si ricava dal coordinamento degli articoli 318 e 319 cui l’art. 319 ter rinvia. Vengono, pertanto, a configurarsi due specie di corruzione in atti giudiziari impropria e propria, entrambe nella forma antecedente e susseguente.

La corruzione in atti giudiziari impropria consiste in accordo sinallagmatico in cui il pubblico agente riceve, per sé o per un terzo, dal corruttore una retribuzione in denaro o altra utilità, o ne accetta la promessa per compiere un atto conforme ai suoi doveri d’ufficio destinato a favorire o a danneggiare una parte in un processo civile, penale o amministrativo. Resta inteso che il pactum sceleris può intervenire sia prima dell’atto richiesto (corruzione antecedente) sia ad atto compiuto (corruzione susseguente).

La corruzione in atti giudiziari propria, invece, presenta la peculiarità che la prestazione del pubblico agente dedotta nel negozio corruttivo di cui sopra ha ad oggetto il compimento di un atto contrario ai doveri dell’ufficio finalizzato a favorire o danneggiare una parte in un processo civile, penale o amministrativo. Anche in tale ipotesi l’accordo corruttivo può intervenire prima del compimento dell’atto (corruzione antecedente) ovvero dopo che questo è stato compiuto (corruzione susseguente).

Parte nel processo civile e amministrativo è colui che ha proposto e colui contro il quale è proposta la domanda giudiziale. Nel processo penale, invece, sono parti l’imputato, il pubblico ministero, il civilmente obbligato per la pena pecuniaria, il responsabile civile, la parte civile, l’indagato, l’offeso e, in considerazione della disciplina sulla responsabilità delle persone giuridiche introdotta con il d.lgs. 231 del 2001, anche l’ente nel cui interesse o vantaggio del quale il reato è stato commesso, quando ne risponde, come nel caso dei delitti di corruzione (c.d. reati presupposto).

L’elemento psicologico dell’art. 319 ter c.p. muta a seconda che l'accordo corruttivo intervenga prima o dopo il compimento dell'atto.

Nell’ipotesi di corruzione antecedente occorrerà accertare la presenza del dolo specifico; mentre nella corruzione susseguente il dolo sarà generico e nello schermo rappresentativo degli agenti si dovranno proiettare la dazione e l’accoglimento del denaro o dell’altra utilità come compenso per aver compiuto od omesso un atto.

Il capoverso dell’art. 319 ter c.p. prevede una circostanza aggravante nel caso in cui da una corruzione realizzata in un processo penale, sia derivata una condanna ingiusta alla reclusione indicata in tre fasce: uguale o inferiore o cinque anni; superiore a cinque anni; ergastolo. Gli aumenti di pena previsti sono due: da quattro a dodici anni, se la condanna ingiustamente irrogata è uguale o inferiore a cinque anni, e da sei a venti anni negli altri casi.

Nel caso di specie, aderendo all’indirizzo delle Sezioni unite, a Tizio e a Caio sarà contestabile il delitto di corruzione susseguente in atti giudiziari.

Nel caso in oggetto la prima problematica ruota intorno al concetto di atto d'ufficio rilevante ai fini dell'integrazione della fattispecie.

Un'interpretazione giurisprudenziale più risalente, esigeva che l'atto oggetto dell'accordo corruttivo rientrasse nella competenza funzionale del soggetto pubblico. Si negava, quindi la configurazione del delitto di corruzione quando l'attività oggetto del mercimonio non rientri nella sfera di attribuzione del pubblico ufficiale né in questa attività il pubblico ufficiale sia coinvolto (rectius: partecipe) in conseguenza delle sue funzioni (Cass. pen., Sez. VI, 9 dicembre 1996, Bertino).

Successivamente, altri orientamenti dilatarono i margini della nozione di atto sostenendo che perché possa affermarsi l'esistenza del presupposto del reato rappresentato dall'atto d'ufficio da compiersi, è che l'atto appartenga alla competenza dell'ufficio cui il pubblico dipendente appartiene, anche se non sia espressamente devoluto alle specifiche mansioni demandate al pubblico ufficiale, purché possa ugualmente compierlo, direttamente, o far sì che l'atto venga compiuto (Cass. pen., Sez. VI, 29 aprile 1998, Sammarco).

 Si registra altresì un terzo indirizzo, cui hanno fatto eco pronunce anche recenti, secondo la quale rileva la concreta, fattuale capacità di sollecitare e interferire, derivante dalla carica ricoperta, ma potenzialmente idonea a proiettarsi all'esterno dell'ufficio, sicché nel concetto di atto sarebbero comprese condotte analoghe a quelle realizzate abusando della qualità, tradizionalmente rientranti nell'area segnata dall'art. 317 c.p. (Cass. pen., Sez. VI,  7 aprile 2006 – 22 giugno 2006, n. 21943).

In un caso simile a quello in oggetto, una recente corrente giurisprudenziale, mitigando la severità della terza opzione interpretativa, ha statuito che ai fini della configurabilità del reato di corruzione non è determinante che l'atto d'ufficio o contrario ai doveri d'ufficio sia ricompreso fra le specifiche mansioni del pubblico ufficiale, essendo necessario e sufficiente che si tratti di atto rientrante nelle competenze dell'ufficio di appartenenza del soggetto ed in relazione a cui egli ha una possibilità di ingerenza, sia pure di mera fatto (Cass. pen., Sez. VI, 20 giugno 2006 – 3 luglio 2007, n. 25418) e che sia funzionale a un procedimento giudiziario e si ponga quale strumento per arrecare un favore o un danno nei confronti di una delle parti di un processo civile, penale, amministrativo (Cass. pen., Sez. VI, 25 giugno 2009 – 18 settembre 2009, n. 36323).

 Appare evidente che nel caso in oggetto, la requisitoria di Sempronio, atto dello stesso ufficio cui appartiene Tizio, è stata fortemente influenzata dalle pressioni di quest'ultimo, non soltanto in forza di un generico rapporto di colleganza, ma anche per l'appartenenza allo specifico ufficio.

Delineato il concetto di atto, occorre chiedersi se, come nella specie, in difetto di un previo accordo fra corrotto e corruttore, sia comunque configurabile il delitto di corruzione in atti giudiziari nella forma susseguente.

Il quesito ha dato adito a un contrasto giurisprudenziale.

Alla stregua di un nutrito indirizzo giurisprudenziale, conforme all'interpretazione dottrinale maggioritaria, nonostante il generico rinvio ai fatti di cui agli articoli 318 e 319 c.p. operato dall'art. 319 ter c.p., che sembrerebbe non operare alcuna distinzione o limitazione, si nega la configurabilità della corruzione susseguente in atti giudiziari, atteso che la disposizione richiede che il fatto sia commesso "per favorire o danneggiare una parte". La condotta incriminata, vale a dire ricevere il denaro o accettarne la promessa, assume rilievo nella prospettiva di un atto funzionale che dovrà essere ancora adottato e che il pubblico ufficiale si impegna ad adottare. La corruzione in atti giudiziari, quindi, sarebbe caratterizzata da una tensione finalistica verso un risultato e non è compatibile con quella proiezione verso il passato, con quell'interesse già soddisfatto, su cui è modulato lo schema della corruzione susseguente (Cass. pen., Sez. VI, 4 maggio 2006 – 5 ottobre 2006, n. 33435). Opinare altrimenti, affiancando all'espressione "per favorire o danneggiare" quella "per aver favorito o danneggiato" darebbe luogo a un'inaccettabile estensione analogica in malam partem della disposizione. In prospettiva di tutela, poi, la corruzione susseguente, a differenza di quella antecedente, non incide sull'andamento dell'attività giudiziaria, che per definizione si è esaurita, ma esprime un disvalore diverso e minore, connesso alla venalità del pubblico ufficiale, che sarebbe irragionevole colpire con una sanzione pari a quella riservata alle condotte che, altresì, alterano l'esplicazione della funzione giudiziaria (Cass. pen., Sez. VI, 4 maggio 2006 – 5 ottobre 2006, n. 33435).

Tale impostazione non ha resistito a un successivo vaglio giurisprudenziale della questione.

Una recente pronuncia della Suprema Corte, infatti, ha rilevato che tale opzione esegetica si traduce in un’arbitraria interpretatio abrogans di parte del precetto dell'art. 319 ter c.p., che richiama, senza alcuna distinzione, l'integrale contenuto degli articoli 318 e 319 c.p. Il quadro normativo, pertanto, impone di adattare la struttura della corruzione in atti giudiziari ai modelli incriminatori richiamati (corruzione antecedente o susseguente, propria, impropria) (Cass. pen., Sez. VI, 20 giugno 2006 – 3 luglio 2007, n. 25418).

In entrambe le fattispecie il momento oggettivo si identifica con la ricezione o l'accettazione della promessa, divenendo così indifferente la tipologia di atto compiuto (se conforme o contrario ai doveri d'ufficio, se antecedente, conseguente ovvero susseguente alla dazione o alla promessa).

Quel che rileva è che la promessa o la ricezione sia avvenuta per un atto di giurisdizione ovvero per un comportamento strumentale all'atto di giurisdizione da compiere o già compiuto per favorire o danneggiare una parte (Cass. pen., Sez. VI, 20 giugno 2006 – 3 luglio 2007, n. 25418). 

L'elemento di discrimine si individua nella diversa struttura dell'elemento soggettivo.

Nella corruzione antecedente in atti giudiziari la connotazione psicologica dei coagenti si caratterizza per un dolo specifico proprio della corruzione generica, vale a dire accordo corruttivo finalizzato al compimento dell'atto e dolo specifico della corruzione in atti giudiziari, cioè la finalità di favorire o danneggiare una parte processuale.

Nella corruzione susseguente in atti giudiziari, invece, è sufficiente che il dolo specifico animi soltanto il soggetto pubblico che ha tenuto un contegno specificamente orientato a favorire o danneggiare una parte di un processo. Per quanto attiene alla sfera psicologica del corruttore che dà o promette denaro o altra utilità, è sufficiente che costui sia animato da dolo generico che abbracci l'atto del corrotto e la sua finalizzazione.

Nella corruzione susseguente si è di fronte a una "causalità invertita" rispetto alla corruzione antecedente: l'atto contrario ai doveri di ufficio costituisce in tal caso l'antecedente strutturale indispensabile della condotta di dazione o di promessa, condotte che acquistano rilevanza penale solo in forza del contributo causale dell'atto compiuto per favorire o per danneggiare una parte processuale.

Inoltre, l'ultimo indirizzo giurisprudenziale avvalora alcuni precedenti indirizzi che, giusto il richiamo agli articoli 318 e 319 c.p. contenuto nell'art. 319 ter c.p., ammettono la configurabilità della corruzione in atti giudiziari impropria (Cass. pen., Sez. I, 27 ottobre 2003 – 4 febbraio 2004, n. 4177).

Il quesito interpretativo è stato risolto da una recentissima pronuncia delle Sezioni Unite della Suprema Corte le quali hanno aderito all’orientamento più recente, procedendo però ad alcune precisazioni

Invero, osservano le Sezioni Unite, l’interpretazione letterale del rinvio ai fatti indicati negli articoli 318 e 319 c.p., contenuto nell’art. 319 ter c.p., non consente di escludere dalla corruzione in atti giudiziari la forma susseguente, pena un’interpretazione abrogante il precetto penale trasgressiva del principio di legalità. Inoltre, la locuzione i fatti indicati negli articoli 318 e 319 c.p. allude alle condotte poste in essere dai pubblici ufficiali da individuarsi nel compimento dell’attto conforme o contrario a doveri d’ufficio, piuttosto che nella ricezione o nell’accettazione della promessa di denaro o altra utilità. La conclusione esegetica incline al riconoscimento della configurabilità della corruzione in atti giudiziari nella forma susseguente non è destitutita di fondamento dal rilievo legale assegnato all’orientazione finalistica di favorire o a danneggiare una parte processuale. Diversamente da quanto sostenuto da certa giurisprudenza, infatti, il fine di arrecare vantaggio o danno a una parte processuale va riferito al pubblico ufficiale, poiché è questi che, compiendo un atto del proprio ufficio (conforme o contrario ai doveri discendenti dall’appartenenza al predetto, NdA), può incidere sull’esito del processo: è l’atto o il comportamento processuale che deve, dunque, essere contrassegnato da una finalità non imparziale (non la condotta di accettazione della promessa o di ricezione del denaro o di altra utilità) e l’anzidetta peculiare direzione della volontà è un connotato soggettivo della condotta materiale del pubblico ufficiale (Cass. pen., S.U., 25 febbraio 2010 – 21 aprile 2004, n 15208).  In altri termini, ciò che rileva è la finalità perseguita dal soggetto pubblico nel compimento dell’atto. Se, come nella specie, costui agisce per favorire un parte del processo la circostanza che la dazione o la promessa di denaro o altra utilità, cioè la conclusione del pactum sceleris, sia avvenuta prima o dopo il compimento dell’atto, rileva soltanto ai fini della configurabilità nella forma antecedente o susseguente della corruzione in atti giudiziari, così come rileva in modo marginale la conformità o contrarietà dell’atto ai doveri d’ufficio.

Conformemente a quanto asserito da alcune pronunce di legittimità, la condotta di strumentalizzazione della funzione pubblica assume rilevanza penale, con riferimento al delitto di corruzione, nel momento in cui il pubblico ufficiale è retribuito o accetta la promessa di denaro o altra utilità per l’atto compiuto.

Concludendo, in linea con la più recente giurisprudenza in materia, Tizio e Caio potranno essere  chiamati a rispondere di corruzione in atti giudiziari nella forma susseguente.